
LA NOTTE DI SAN LORENZO
Quella mattina del dieci agosto avevo una grande desiderio di tornare a casa mia, non vedevo l'ora di potermi gettare sotto una doccia, farmi un bel bagno, poi sdraiarmi sul letto e farmi una di quelle dormite che era da una settimana che per bene non ne facevo più.
Per sette notti consecutive avevo, con altri volontari, dormito in sacchi a pelo stesi sull'erba umida dei boschi o sopra terra secca e polverosa e perfino sotto camion che perdevano olio e alla mattina ci svegliavamo con la faccia e i capelli unti di grasso nero.
E poi bisognava sempre stare all'erta perché c'era il pericolo che giungessero dei ragazzi in divisa da militare e che ti sequestrassero il sacco con tutte le tue cose, una notte ne arrivò una masnada coi mitra puntati e proferendo parole in un lingua mai udita prima, portarono via due macchine dei nostri compagni di viaggio.
E non fecero alcuna fatica perché lo sapevano che noi, pur essendo molto più numerosi di loro, non avremmo alzato neanche un dito per difendere le nostre cose o usare la forza per far loro del male.
Quei ragazzacci vestiti da militari, invece del male ne provocavano ed anche molto, erano abituati, loro erano in guerra e ucciderne uno in più o uno in meno, non gli provocava alcun rimorso.
Noi, al contrario, eravamo disarmati, eravamo in Bosnia in tempo di guerra, per tentare di portare un po' di pace e di cibo a gente che non poteva più uscire di casa se non col rischio di venir colpita da una pallottola.
Era quella volta che dovevamo giungere a Sarajevo, nelle intenzioni, a portare aiuti e conforto a quella gente assediata, ma non eravamo arrivati neanche a metà strada che per farci intendere che in quei luoghi non ci volevano, spararono all'auto che andava in avanscoperta per appurare se la strada era transitabile con tutta la nostra colonna di macchine, camion e corriere.
Vagammo allora un po' qua e un po' là tra quei monti e boschi per trovare una via d'accesso, ma ci dovemmo rassegnare e lasciar perdere, riprendemmo il traghetto a Spalato alle otto di sera del nove agosto, dodici ore di mare ed eravamo ad Ancona e di lì a casa.
Ero stato via una settimana in tutto, ma mi sembrava che in quei pochi giorni mi fosse cambiato il mondo, a casa mi sembrava tutto nuovo e bello, le tagliatelle del pranzo così buone non lo erano mai state, la piada una ghiottoneria di lusso, il sangiovese il vino più buono del mondo e il mio letto così morbido non lo ricordavo.
La giornata trascorse così, a mangiare, bere e dormire, ma appena iniziò a farsi scuro, mia moglie mi fa:
“Ti ricordi vero che oggi è la festa di san Lorenzo e stanotte cadono le stelle?”.
“Orca, sì, sì, da qui però non è che vediamo tante scie luminose, ci sono troppe luci intorno ad inquinare il buio del cielo!”.
“Io avevo pensato d'andare su a Torriana, hai in mente l'antica torre sulla cima di quel cocuzzolo? Io credo che dal di lì, il cielo sia tutto per noi, cosa dici, ne hai voglia?”
“Vuoi scherzare, certo che sì, non perdiamo tempo, proprio una bella pensata, da soli lassù in alto, nel buio più nero del nero, catturiamo le stelle prima che arrivino a terra e in quel silenzio, se, per caso, avesse preso un po' di bronchite, sentiremo persino tossire il Padreterno, dai, dai, partiamo subito, tu intanto fatti venire in mente dei bei desideri che sai che se vedi una stella cadere e puoi esprimere un tuo desiderio, tu puoi avere realmente ciò che hai richiesto, perché questa è una notte magica?”.
“Non sarà meglio che guidi io!”, dice lei, “ Tu sei tornato a casa coi piedi rovinati per quelle lunghe camminate che avete fatto là in quelle pessime strade, non ti entrano neanche le scarpe per il dolore delle piaghe!”.
“Ma no, ma no, prendo con me le ciabatte, ma guido a piedi scalzi, così sento meglio i pedali, ho voglia di guidare!”.
Prendiamo su una coperta da stendere sull'erba e su cui sdraiarci con gli sguardi rivolti verso l'alto, e così, senza perdere un minuto di più, partiamo alla volta di Torriana, una volta chiamata: Scorticata, fiduciosi di trascorre una bella serata.
Giunti al primo crocevia appena avviati da casa, freno un po' repentinamente e odo come una specie di sibilo: “Ffffffscscscssssss...!”. Più o meno simile a questo suono.
“Ostia, e questa? Cos'è questa novità che prima che partissi non si avvertiva?”.
“Ah, è il motore che fa così!”.
“Come il motore? Da quando i motori fischiano?”.
“Son due giorni che lo fa, ha iniziato l'altro ieri, mi ero fermata presso la sede della cooperativa “L'AQUILONE” e quando sono ripartita ho rinvenuto la mia camicia di seta, che avevo appoggiato sul seggiolino posteriore appena ritirata dalla lavanderia, fatta a pezzi, io credo sia stato Ringo, quel cagnaccio feroce dei vicini, che ha il diavolo addosso!”.
“Sì, ma da quando i cani aprono gli sportelli?”.
“Questo non lo so, però la portiera era aperta e come sono partita, la macchina ha cominciato di tanto in tanto a sbuffare così come ha fatto adesso e non ho potuto farci niente, poi non l'ho usata più!”.
Per arrivare alla via Emilia da casa nostra ci sono un po' di curve da prendere e tutte le volte che io sterzavo, saltava fuori quel dannato fischio: “Ffffffscscscssssss...!”.
“Ohi, non ci sarà una biscia, un serpentone?”.
“Orca, ma che razza di serpente vuoi che sia per fare una fischiata così?”.
“E' ribes, in italiano maccheronico: il ribiscio, quand'ero bambino mio nonno mi diceva sempre che il ribiscio fischiava!”.
“Ma dai valà, vuoi che abbiano il ribiscio in macchina con noi? Questo è una biscia delle favole di una volta!”.
Allo stop della via Emilia, distratto com'ero dal nostro chiacchierare, ci sono arrivato un po' lungo, così ho frenato un po' bruscamente e subito: “Ffffffscscscssssss...!”.
A questo punto ho spento il motore e aperto il cofano con un po' di tremore, ohi e se c'era sul serio un serpentone? Era un po' buio, ma non si notava niente di particolare, il biscione non c'era, ma come do gas e parto con lo stridio delle ruote per recuperare il tempo perso, nuovamente: “Ffffffscscscssssss...!”.
“Ah dì...la macchina va, pazienza, domani la porto dal meccanico e poi vedremo!”.
Arriviamo a Torriana, nel paese non c'era anima viva, o che bello, ci abbiamo proprio indovinato a venire quassù, staremo come due pascià da soli sotto questo bel cielo nero pieno di stelle. Ci inoltriamo in una stradina che porta alla vecchia torre e intanto il sibilo si faceva sentire sempre più frequentemente per le tante curve e relative frenate, ma oramai mi ero assuefatto per cui non ci facevo più tanto caso.
“Ma sì valà,”, mi son detto a voce alta, “sarà il motore che quando è sotto sforzo, sbuffa, mi sa che sia da buttare questa Fiat 124, pensa che non le producono neanche più e poi l'avevo comprata già usata, si sente che è un vecchio catorcio!”.
A due chilometri dall'arrivo della vetta, iniziava una sequela di auto parcheggiate di qua e di là della strada, e più si procedeva e più si faticava a passare, c'era una confusione di gente da far paura e in uno spiazzo anche l'omino vestito di bianco con carretto dei bomboloni caldi e bibite fresche.
Ohi, che si stia svolgendo la festa parrocchiale della Scorticata? Questo il nome antico di Torriana, come era chiamata dalla gente di Romagna.
“Scusi – chiedo a uno – cosa succede?”.
“Ah niente – mi risponde – è il gruppo degli astrofili riminesi che si è dato appuntamento qui per osservare la caduta delle stelle coi telescopi!”.
Siamo a posto, per il viottolo che porta alla sommità del colle c'era una processione di gente a piedi, uno spazio per parcheggiare l'auto, che per il momento non sibilava più, non si trovava neanche a pagarlo, così: “Ascolta, andiamo via, qui non si distinguono se le luci che brillano sono le stelle o le pile, andiamo più oltre, tanti ce ne sono di posti buoni quassù!”.
Quasi arrabbiato per la delusione, ho preso la discesa, fitta di curve a gomito, a buona andatura e tutte le volte che frenavo con decisione: “Ffffffscscscssssss...!”.
Orca ragazzi, ora era tutto un sibilo e poi nella curva più secca, dove ero impegnato a tenere stretto il volante per non uscire di strada e finire nel campo, sento nel piede che poggiava sul pedale dell'acceleratore, un pizzico come se mi avessero infilato degli aghi nella carne.
“Ahi, ahi...porca troia, mi ha pizzicato, mi ha pizzicato...è un serpente, è un serpente...!”.
Spengo la macchina e in meno di un secondo eravamo di fuori entrambi, tre metri lontano dall'auto e col cuore in tumulto.
“Fammi vedere, ti viene il sangue?”. Mi chiede la moglie spaventata.
“No, non mi pare, però mi brucia e bisogna capire di cosa si tratta, perché, ohi, dobbiamo anche ritornare a casa prima o dopo e lì dentro ci dobbiamo risalire!”.
Le portiere erano rimaste aperte e così le luci interne erano accese e si vedeva discretamente all'interno, mi avvicino allora piano, piano e...niente, non c'era niente, questa è proprio bella, il mistero s'infittisce!
Mi piego un po' per raccogliere le mie ciabatte abbandonate sul tappetino del poggiapiedi ed è stato in quel momento che, nascosto dietro il bauletto dell'autoradio, mi sembra di scorgere qualcosa che si muove...sì, sì..., cerca di infilarsi lì dietro per nascondersi.
“Aspetta – dico alla moglie – fatti da parte che se c'è del pericolo, uno dei due bisogna che se la scampi, pensaci tu ai figli se le cose finiscono male!”.
Ostia, mi sembrava d'essere l'eroe protagonista di un film americano, una specie di Indiana Jones.
E come che mi chino per andarci più vicino e scoprire il mistero, vedo nella penombra la bestia...un porcospino, anzi, una femmina e gravida in aggiunta, aveva una pancia gonfia come un pallone, non ci voleva niente che in un men che non si dica, ci trovassimo nell'auto una covata di piccoli ricci da allevare.
“Ecco chi ti ha mangiato la camicia buona, avevi lasciato la portiera aperta, la riccia è entrata, non ha fatto in tempo ad uscire che tu eri ripartita e così ha cercato il posto adatto per figliare, i sibili li emetteva tutte le volte che l'auto sbandava e lei andava a sbattere col pancione nelle pareti, così si arrabbiava per il fastidio e ci mandava a quel paese con quel sibilo, che per lei era una imprecazione!”.
Con le ciabatte infilate una per mano, come guanti, l'ho sollevata che sì che allora soffiava furibonda e ininterrottamente, l'ho appoggiata a terra tra l'erba medica del campo e con un ultimo sibilo, lungo come se fosse un sospiro di sollievo o un saluto riconoscente, è sparita tra il verde della campagna senza più girarsi indietro.
























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