di Piero Maroni  

MITI E LEGGENDE DELL' ANTICA GRECIA

GLAUCO, SCILLA E CARIDDI
GLAUCO SCILLA E CARIDDI
Scilla e Cariddi, due giovani ninfe divenute il terrore dei naviganti nello stretto di Messina

Glauco, ritenuto figlio del dio del mare Poseidone, era nato umano e si era costruito una barca e con questa si era messo a fare il pescatore, divenne così bravo e abile che le sue reti, alla fine di ogni pesca, risultavano sempre piene di pesci.

Glauco non tratteneva per sé l’abbondanza del pescato, ma la distribuiva tra gli amici e conservava per sé quanto gli bastava per vivere. Oltre ad essere buono e generoso era molto bello, i suoi occhi erano azzurri come il mare, le sopracciglia folte e arcuate, la bocca rosea come quella di un fanciullo ed una barba riccia e corta incorniciava il mento.

Tutte le Nereidi, assieme alle sirene e alle ninfette delle acque, venivano dalle parti del Peloro, un promontorio nei pressi di Messina, per conoscerlo e parlargli. Glauco era gioioso con tutte ma, in particolare, non guardava nessuna, contento di godersi la libertà della giovinezza.

Un giorno, venne in quei pressi, la dolce e romantica Scilla, ninfa giovane e bellissima che quando vide Glauco, sentì il cuore batterle più forte e il sangue salirle alle guance. Da quel momento ogni giorno, all’alba, andava alla riva ad aspettare il bel pescatore con il cuore innamorato e lo attendeva per vederlo tornare con le reti colme di pesci.

Scilla era timida, mai avrebbe osato dichiarargli il suo amore, perciò si accontentava di sorridergli e sperare. Glauco invece ricambiava i suoi sorrisi con simpatia e Scilla si infiammò ancora di più, cullandosi nel sogno di un amore possibile.

Un giorno passò dalle parti del Peloro, la maga Circe e Scilla divenne sua amica, andarono a fare il bagno insieme e fu allora che la giovane confidò a Circe il suo amore per Glauco, la maga le promise aiuto e consigli.

Fammi vedere questo giovane così bello”, le disse Circe, “e io t’insegnerò il modo per conquistarlo!”.

Il giorno seguente le due amiche si recarono sulla spiaggia e poco dopo, apparve Glauco e Circe se ne innamorò immediatamente, così che rivolgendosi a Scilla le disse: “Costui è l’essere più bello che io abbia mai visto, lo farò mio amante, cercati un altro uomo, Glauco ora appartiene a me...!”.

Scilla tremò e poco mancò che morisse dal dolore, continuò pertanto a supplicarla, ma Circe l’ascoltò ridendo, beffandosi dei suoi sentimenti, poi, alquanto seccata, con erbe malefiche preparò una pozione e recitò un sortilegio con cui infettò le acque della caletta dove la giovane era solita riposarsi e bagnarsi, così quando la giovane scese in acqua per ritemprarsi, avvenne l’incredibile.

«Una gamba orribile. Come di un calamaro, priva di ossa e viscida. Le è scaturita dal ventre, e poi ne è spuntata un’altra, e un’altra ancora, fino a contarne dodici, tutte a penzolarle dal corpo [...] Inarcava la schiena, contorceva le spalle. La sua pelle è diventata grigia e il collo ha cominciato ad allungarsi. Da quello, sono spuntate cinque nuove teste, ognuna fitta di denti[...] E per tutto il tempo lei non faceva che latrare e ululare, abbaiava come un branco di cani selvatici.».

Così la divinità greca della luna, Selene, racconta a dei e a titani del mare la metamorfosi di Scilla. 

 Scilla dunque si trasformò in un mostro marino, con sei teste latranti e dodici orribili gambe, la sua pelle si coprì di squame ruvide e lucenti, la voce, prima melodiosa e dolce, divenne rauca e abbaiante.

Appena Scilla si accorse di essere divenuta un mostro, non resse alla disperazione e si gettò negli abissi più profondi del mare. Il suo cuore si trasformò in un duro macigno e s’incrudelì a tal punto da costringerla a far strage dei naviganti che passavano dalle parti della sua caverna.

E chi riusciva ad evitare la furia di Scilla, doveva poi sottostare alla violenza di Cariddi, devastante creatura marina creata dalla rabbia di Zeus e capace di ingoiare e rigettare l'acqua del mare con alti muggiti per tre volte al giorno causando mortali vortici. Le barche che transitavano in quello stretto venivano trascinate sul fondo e Cariddi dopo averle ingoiate, sempre per volere di Zeus doveva rigettarle. Ma, ahimè, nessun marinaio riuscì mai a tornare vivo a galla. 

Tutto ebbe inizio quando Eracle fece attraversare la sua mandria di buoi nello stretto di mare di Messina, uscito l’ultimo bue dal mare, egli contò il bestiame e con grande sorpresa si accorse che mancavano diversi capi.

Era successo, infatti che la ninfa Cariddi, una grassa fanciulla sempre affamata che viveva nelle acque dello Stretto, si era avvicinata di soppiatto alla mandria che nuotava e, mentre Eracle s’era distratto ad ammirare la riva del Peloro, gli aveva rubato una parte dei suoi capi più belli, l'eroe la vide lontana verso l’imboccatura sud dello Stretto, mentre a quattro ganasce ingoiava l’ultimo bue rubato.

Oh padre mio! E tu permetti che una ninfetta famelica mi rechi disonore? Vendicami oh Zeus, o io distruggerò in questa terra ogni uomo che incontrerò!”.

Zeus accolse la supplica di Eracle e scagliò sulla ninfa una saetta come punizione per il suo carattere bramoso di cibo e la trasformò in un gorgo, le cui acque aspiravano ed espellevano tre volte al giorno ciò che inghiottivano e con tale forza che nessuna nave poteva sopravvivere alle attenzioni di Cariddi.

Intanto Circe se la spassava con Glauco, ma quando venne la primavera, si stancò di lui e lo lasciò senza neanche salutarlo. Quando questi si accorse d’essere stato abbandonato, cadde in una tristezza profonda e la sua amarezza divenne sofferenza quando seppe della fine di Scilla.

Ogni giorno andava sulle acque dello Stretto e s’avvicinava all'antro in cui abitava Scilla e le rammentava il tempo felice dei loro incontri. L’orrido mostro più d’una volta fu sul punto d’avventarsi contro di lui con le sue bocche latranti ma, forse nel cuore manteneva ancora qualcosa del suo antico amore e dopo aver latrato minaccioso, rientrava nelle buie caverne marine.

Glauco afflitto e disperato, tornava alla spiaggia a riprendere la vita di sempre, finché un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato  vicino alla spiaggia ed allineato i pesci sull’erba per contarli, ad un tratto però questi cominciarono ad agitarsi in modo strano. Presero vigore, si allinearono come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno in mare.

Glauco meravigliato da tale prodigio, pensò che lo strano fatto dipendesse dall’erba e provò ad ingoiarne qualche filo. Come l’ebbe mangiato, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino a trasformarlo in un essere acquatico attratto dall’acqua.

Gli dei del mare lo accolsero benevolmente  e lo resero un essere divino, così Glauco divenne un tritone del mare, ma dalla vita in giù fu mutato in un pesce.

Da quel giorno Glauco scelse restare per sempre nel mare dello Stretto di Messina.  La leggenda narra che anche ai giorni nostri, quando infuria la tempesta, Glauco solleva il capo al di sopra delle onde e subito il mare diventa calmo e invitante come lo era quando Scilla era una fanciulla bellissima e non un feroce mostro marino.

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Ci stanno irretando anche il cielo ,ma non importa , è colpa del popolo populista Che probabilmente ...
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Sei sempre stato un coerente Tu ma il partito non molto anzi !!
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Io che sono belga nata nel 1947, ho studiato latino fra Medie e Liceo x 6 anni e greco x 5. Ho conti...

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Pubblicato il 20.04.2026 - Categoria: Maroni Gallery

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