di Piero Maroni
MITI E LEGGENDE DELL' ANTICA GRECIA

Orfeo era un poeta e un musico. Figlio della musa Calliope, aveva imparato alla perfezione a suonare la lira, ricevuta in dono da Apollo. La sua musica e i suoi versi erano così dolci e affascinanti che l'acqua dei torrenti rallentava la sua corsa, i boschi si muovevano, gli uccelli si commuovevano così tanto che non avevano la forza di volare, le ninfe uscivano dalle querce e si affrettavano verso il cantore, le belve uscivano dalle loro tane mansuete per andare ad ascoltarlo, persino le forze devastatrici della natura perdevano la loro furia.
Ma Orfeo non se ne vantava: riconoscente, ringraziava il dio Apollo.
Ogni creatura amava Orfeo e tutti erano incantati dalla sua musica, ma egli aveva occhi soltanto per la bellissima ninfa Euridice.
Dopo aver conquistato l’amore della fanciulla, i due si sposarono e iniziarono un matrimonio radioso. Ma la loro felicità durò fino a quando il giovane Aristeo, un figlio del dio Apollo, si innamorò perdutamente della donna. Euridice, però, non ricambiava il suo amore ed era quasi spaventata dalle attenzioni che lui le rivolgeva continuamente.
Un giorno, nel tentativo di sfuggire alle sue insistenze, si mise a correre per allontanarsi da lui, ma ebbe la sfortuna di calpestare un serpente velenoso nascosto nell'erba che la morsicò provocandole la morte istantanea.
Orfeo, come impazzito, andò a nascondersi nei boschi, vagò senza meta per giorni e giorni, pregò inutilmente le fiere affinché lo uccidessero, cantò la sua angoscia agli alberi, agli uccelli, ma niente riuscì a placare il suo dolore. Fu allora che decise di tentare un'impresa disperata, scendere nell'Averno e pregare le potenze infernali che gli restituissero la sua dolce sposa.
Il suo viaggio verso la reggia di Ade è costellato di prove che Orfeo vince grazie al suo incantevole canto. I desolati accenti della sua lira, il suo lamentoso canto funebre, le sue affannate implorazioni avevano fatto accorrere le anime dei trapassati da ogni più remoto angolo e tutte ascoltavano, silenziose e attonite come gli uccelli della notte.
Convinse Caronte, il traghettatore di anime, che si lasciò impietosire in quella sola occasione, a trasportarlo sull’altra sponda dello Stige, riuscì ad ammansire persino Cerbero, il cane a tre teste che cessò di latrare e le Erinni, le terribili divinità della vendetta, cominciarono a piangere.
Ade, il malinconico re di quel lugubre regno, sentì per la prima volta nel gelido cuore un sentimento di pietà e concesse a Orfeo la grazia di riportare Euridice rediviva alla luce del sole. Con un patto però: che lungo il cammino non si volgesse mai a guardare la sua sposa finché non avesse raggiunto la luce del sole, se si fosse girato, l'avrebbe persa per sempre.
Orfeo, col volto trasfigurato dalla felicità, si inchinò al sovrano degli Inferi e si avviò verso l'uscita. Una forma di donna coperta da un velo si alzò dai piedi del trono di Ade e lo seguì silenziosamente.
Camminarono a lungo, ma il pensiero di Orfeo era per lei che gli stava dietro. Con gli occhi fissi davanti a sé, lottava disperatamente contro il desiderio di voltarsi a guardare il viso della sposa adorata.
All'improvviso un dubbio atroce gli attanagliò il cuore: Euridice era lì che lo seguiva o Proserpina, la sposa di Ade, l'aveva ingannato?
E proprio quando la luce del sole cominciava a filtrare tra le tenebre, Orfeo non fu più capace di resistere. Si girò. La fanciulla gli stava di fronte e con le mani si tolse il velo che ancora la ricopriva. Era bella più che mai, ma gli occhi erano tristi. Fu un attimo. Una nebbia fitta e grigia avvolse la giovane che fu risucchiata indietro, inutilmente cercò di tendere le braccia per essere afferrata, disse per l’ultima volta addio al suo amore e scomparve negli abissi per sempre.
Il dolore del giovane fu terribile, singhiozzò, supplicò ancora una volta gli dei infernali, trasse dalla sua lira le note più struggenti.
Il re delle tenebre non s'impietosì una seconda volta e non gli concesse più la grazia. Orfeo in preda alla disperazione pianse ininterrottamente per sette mesi, i suoi lamenti erano lancinanti e giurò a sé stesso di non voler mai più avere contatti con nessuna donna.
Molte invece tentavano di catturare il suo cuore e tra queste alcune Baccanti assai irate dalla sua indifferenza, tanto che, istigate da Dioniso per la mancanza di devozione che Orfeo mostrava nei suoi confronti, decisero di ucciderlo durante un baccanale.
Arrivato il momento stabilito, si scagliarono contro di lui con furia selvaggia, lo fecero a pezzi e sparsero le sue membra per la campagna gettando la testa nel fiume Ebro.
Le Muse piangenti raccolsero le membra di Orfeo e le seppellirono ai piedi del monte Olimpo, là dove ancor oggi il canto degli usignoli è più dolce che in qualunque parte del mondo.
























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